Scritto originalmente in francese. Tradotto dall'IA — il significato è stato preservato, non la prosa.
Idea principale
Chiedere a un assistente IA «trovami trenta buone fonti su questo tema» significa decidere la dimensione della ricerca prima di sapere cosa manca. Il numero diventa allora l'indicatore implicito della qualità: trenta fonti danno l'impressione di una copertura.
Eppure trenta documenti possono portare solo poche idee ripetute. Possono venire dallo stesso tipo di attore, citare gli stessi lavori, condividere le stesse ipotesi e ignorare la stessa contraddizione. Il volume misura lo sforzo di raccolta, non l'ampiezza di ciò che si è capito — e le angolazioni poco rappresentate nei primi risultati restano invisibili, qualunque sia il numero di documenti raccolti.
Il problema non è il gran numero di fonti: alcune ricerche ne richiedono centinaia. È fissarlo in anticipo, sulla sequenza «perimetro → trenta fonti → lettura → sintesi», invece di lasciarlo derivare da ciò che la ricerca scopre.
Perché è importante
Corregge un riflesso molto diffuso nel modo di dare un incarico a uno strumento di ricerca: la domanda pertinente non è «quante fonti ho?» ma «cosa sa già il mio corpus, e cosa ignora?».
E spiega perché un corpus voluminoso può essere più povero di un corpus breve: la ridondanza produce conferma, non conoscenza.
Sfumature e limiti
Un numero fissato in anticipo resta utile come budget — un limite di costo o di tempo. Diventa un problema quando lo si legge come una prova di copertura.
E un corpus ridondante non è inutile in sé: prove indipendenti che convergono rafforzano un'affermazione. A trarre in inganno è la ridondanza non voluta, scambiata per diversità.
Domande aperte
- Come accorgersi, senza rileggere tutto, che un insieme di fonti non fa che ripetere gli stessi lavori sotto firme diverse?